Mi piace organizzare incontri dal vivo e confrontarmi con le persone senza il filtro della tastiera e dello schermo. Qualche mese fa ho creato un’occasione per parlare di scienza, divulgazione e società, senza tralasciare i temi legati agli animali: la presentazione del libro Comunicare la scienza. Una guida (Carocci editore, 2025) di Silvia Bencivelli, Francesco Paolo de Ceglia e Ruggero Rollini. L’evento ha avuto luogo negli spazi del Mondadori Bookstore di Monopoli (BA) nel pomeriggio di sabato 21 febbraio, tra pioggia, freddo ed eventi collaterali che avrebbero potuto sottrarci un po’ di pubblico (spoiler: non è stato così).
Una cassetta degli attrezzi utile non solo per chi comunica la scienza
Il volume si presenta come un vademecum per aspiranti comunicatrici e comunicatori ma, scorrendone le pagine, ho iniziato a pensare che conoscere la storia e le trasformazioni del mondo della ricerca e della sua divulgazione potesse essere non solo appassionante, ma soprattutto utile anche per un pubblico più ampio. Siamo quotidianamente sommersi da una ingente mole di informazioni: curiosare dietro le quinte, comprendere tecniche e strumenti della comunicazione può diventare una bussola per orientarsi e può aiutarci ad adottare una dieta informativa varia ed equilibrata, in particolar modo in ambito scientifico.
L’attenzione con cui scegliamo cosa leggere e guardare non riguarda soltanto la nostra salute psicologica e il nostro tempo — che già basterebbero a renderla cruciale — ma si riflette anche sul nostro modo di vivere in società e sulle nostre scelte politiche.
Quindi, ormai un po’ di mesi fa, ho contattato il professor de Ceglia, coautore del testo e professore ordinario di Storia della scienza all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, ed Emiliano Montanaro, responsabile del gruppo LIPU di Putignano (BA), per coinvolgerli in una presentazione del libro.
Da divinità scese in terra a content creator in equilibrio tra competenza, etica e algoritmi
Non ho potuto fare a meno di iniziare il dialogo con Francesco Paolo de Ceglia proprio partendo dall’incipit del libro. L’introduzione descrive la frattura che si creò nella prima metà del Novecento tra scienza e società, a causa della crescente complessità delle nuove scoperte. A quel punto, i divulgatori si assunsero il compito di colmare quella lacuna. William Laurence, tra i primi comunicatori della scienza, descriveva così la sua professione, intrapresa all’inizio degli anni Trenta:
«Veri e propri discendenti di Prometeo, i divulgatori scientifici prendono il fuoco dall’Olimpo della scienza, i laboratori e le università, e lo portano giù agli uomini».
Proprio in queste settimane, in cui il dibattito su alcune nuove figure della divulgazione è particolarmente acceso, è stato interessante — e a tratti divertente — provare a capire insieme come siamo passati da divinità scese in terra a content creator disposti a compiacere il pubblico, in equilibrio costante tra competenza, etica e algoritmi.
Sheldon Cooper, uno dei protagonisti della serie The Big Bang Theory, nei suoi video divulgativi “Divertiamoci con le bandiere”, non sembra propriamente un novello Prometeo.
Storicamente, il primo approccio è stato paternalistico, solo dopo decenni si è iniziato ad aspirare a un modello di comunicazione capace di promuovere una vera cittadinanza scientifica. Una cittadinanza che, in termini sociali, come spiegava Pietro Greco, «dovrebbe garantire a tutti di beneficiare dei risultati della conoscenza scientifica» e che, sotto il profilo economico, «dovrebbe consentire l’accesso e l’uso della conoscenza per creare ricchezza nonché per produrre beni e servizi».
In questo panorama in continua trasformazione, i nuovi media hanno in larga parte disintermediato il rapporto tra comunicatori e pubblico — con esiti a volte discutibili —, offrendo strumenti e possibilità che non sempre sono stati colti fino in fondo. Un esempio è quella divulgazione che presenta la scienza come un insieme di formule e teorie decontestualizzate o eccessivamente semplificate, senza raccontarla come impresa umana, con le sue sfumature, le sue intersezioni e le sue relazioni.
Cosa porto con me di questa esperienza
Nonostante le condizioni meteorologiche avverse e un altro evento in contemporanea in biblioteca, abbiamo raccolto un pubblico numeroso e partecipe.
Insieme abbiamo scambiato idee e condiviso dubbi con Francesco Paolo de Ceglia sul presente e sul futuro della comunicazione della scienza, così come sui processi di apprendimento e diffusione della conoscenza. Le previsioni non sono state del tutto rosee, eppure il dialogo con l’autore e il confronto con le persone presenti mi hanno lasciato una sensazione di ottimismo.
Ciò che porto con me di questa esperienza è, da un lato, la consapevolezza della difficoltà di ricoprire i numerosi ruoli che oggi la società affida ai comunicatori della scienza, dall’altro l’orgoglio e la responsabilità di provare ogni giorno a dare il massimo in questo mestiere.
Come raccontato in Comunicare la scienza, siamo traduttori e sperimentatori di linguaggi, mediatori tra saperi ed esperienze, sostenitori della razionalità — o, almeno, della “ragionevolezza” — indagatori dei fatti, ricercatori di un orizzonte di senso, creatori di immaginari ed emozioni. È faticoso restare fedeli a ognuna di queste sfaccettature, ma è anche una fortuna poter essere testimoni e ambasciatori di tanta bellezza e complessità.